Pubblicato da: pergenova | 22/01/2011

Oggetto dello studio sul latte offerto da neomamme con residenza a Giugliano (Na) , MIlano e Piacenza.

Di: Federico Valerio, presidente della Sezione di Genova di Italia Nostra e chimico ambientale presso l’IST di Genova

In attesa di sapere quante diossine ci sono nelle bistecche di maiale nostrane, in anteprima posso farvi saper quante diossine ci sono nel latte di una sessantina di mamme italiane.

Lo studio, fresco di stampa ( Chemosphere, 2011, 82, 1-8) è a firma di ricercatori dell’Istituto Mario Negri di Milano e dell’Istituto di Agricoltura e Chimica Ambientale dell’Università del Sacro Cuore di Piacenza.

Oggetto dello studio il latte offerto da neomamme con residenza a Giugliano (Na) , MIlano e Piacenza.

Con sorpresa degli stessi ricercatori, i livelli mediamente più bassi di diossine sono state trovate nelle mamme di Giugliano, 3,8 picogrammi di diossine e furani (con tossicità equivalente alla diossina di Seveso) per grammo di grasso presente nel latte; a seguire, le mamme piacentine (4,67picogrammi per grammo) e infine le mamme di Milano (4,70 picogrammi/grammo).

Le differenze sono piccole, ma dal punto di vista statistico è significativa la differenza tra Piacenza e Giugliano, in altre parole si può affermare che con alta probabilità, le mamme piacentine allattano i loro figli con latte più contaminato di diossine rispetto alle mamme napoletane. Pertanto non è stata confermata l’ipotesi dei ricercatori che l’emergenza rifiiuti del napoletano ed in particolare i numerosi cumuli di rifiuti dati alle fiamme negli ultimi anni avessero esposto a diossine la popolazione.

Qualche informazione per cercare di chiarire il problema.

Il picogrammo è una unità di misura del peso e equivale ad un miliardesimo di milligrammo, è quindi un valore estremamente piccolo ma questo fatto non ci deve tranquillizzare, come dice il ministro Fazio, ma al contrario ci dice che abbiamo a che fare con una sostanza che può essere pericolosa per la salute anche a dosi che ai profani possono sembrare trascurabili.

Per evitare allarmismi, diciamo subito che le concentrazioni di diossine trovate in questo studio sono in linea con i valori più recenti misurati nelle mamme europee e che i bambini di oggi, in Italia, come nel resto del mondo, ciucciano meno diossina ( meno 80%) di quanto ne ciucciavano i bambini italiani nati venti anni fa.

Detto questo è anche opportuno sapere che i picogrammi per grammo di grasso trovati in questi giorni in Germania. nelle uova e nella carne suina, vanno da 0,27 a 2,55 picogrammi per grammo, con punte di 5 picogrammi/grammo in alcune uova.

E se a qualcuno venisse in mente di vendere nei supermercato il latte materno, i NAS dovrebbero subito intervenire ed imporne il sequestro, in quanto la concentrazione massima di diossine ammessa nel latte (vaccino) è di 3 picogrammi per grammo, inferiore ai 4,7 picogrammi trovati nel latte materno nello studio citato,

Questi numeri sono la dimostrazione della subdola pericolosità delle diossine, chimicamente molto stabili, altamente solubili nei grassi e con la tendenza ad accumularsi lungo la catena alimentare e al culmine di questa catena, che parte dall’erba dei pascoli, ci sono i nostri figli ai quali le mamme, durante l’allattamento cedono parte delle diossine accumulate, dalla loro nascita fino al momento del parto, nell’adipe che ne ammorbidisce le forme e liberate nel latte, al momento dell’allattamento. E questo accumulo progressivo è avvenuto con quanto queste mamme hanno mangiato, giorno dopo giorno, nel corso della loro vita. Più diossine ci sono state nei loro alimenti, più diossine si trovano nel loro tessuto adiposo.

Il fatto che le diossine interferiscono con i delicati effetti esercitati sul nostro organismo dagli ormoni, compresi quelli sessuali, può far capire anche ai profani di biochimica e tossicologia a quale gioco pericoloso stiamo giocando.

Resta da capire perche le mamme piacentine e milanesi hanno latte più contaminato di quelle di Giugliano. Gli autori ipotizzano il traffico, ma si vede che dalle parti di Napoli non ci sono mai stati; l’altra ipotesi è, genericamente, la maggiore attività industriale del piacentino e del milanese. Forse che il termovalorizzatore di Piacenza, avviato circa 10 anni fa, e i tanti inceneritori lombardi abbiano qualche cosa a che fare con questa storia?

Federico Valerio


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